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Lettere da Shengjin: Da Shengjin a Pontemammolo
[emmeci] Sabato, 21 marzo @ 09:15:28 CET
Lettere dalla missione

Questa è una storia vera,  natalizia e pasquale, segnata com’è dal lungo peregrinare di una moderna sacra famiglia e da una interminabile salita simile alla via crucis. Ne sono protagonisti Ilirjan  e Violeta, genitori di Lilli, albanesi,  e – ha dell’incredibile – le nostre due comunità di Shengjin e di Pontemammolo.  Narriamo i fatti.
Violeta, ad alcuni anni dal parto, comincia a soffrire di un complicato e grave problema polmonare. Cerca rimedio  negli ospedali albanesi, trovando solo la risposta prevedibile: “Qui non possiamo fare nulla”. Disperazione e intraprendenza la conducono ad approdare clandestinamente in Italia, nei paraggi di Roma, dove abita un parente. Servizi sociali e sanitari la seguono mentre si sottopone alle prime e necessarie cure, finchè non viene trovata per lei una sistemazione più stabile presso la nostra Fraternità di Accoglienza di Pontemammolo.  Due cannule al naso, collegate all’ossigeno sono la sua compagnia e l’unica occupazione, insieme  a quella dell’uncinetto, che usa con destrezza e proprietà. 
Le sorelle  della Fraternità  ci  informano: il marito e la figlia di Violeta abitano a Lac, mezz’ora di macchina, desiderano conoscere le suore che in Italia hanno accolto la mamma.
La prima visita è di sr Fernanda e sr Rosa, l’accoglienza e la festa sono quelle della migliore tradizione albanese. Da questo momento, Ilirjan  e Lilli,  11 anni di travolgente simpatia e fulminea intelligenza, finiscono, praticamente, con l’imparentarsi con noi. I mesi che passano e la notizia della precarietà della salute di Violeta, inducono al passo sognato e desiderato: ottenere un visto turistico per l’Italia, per poter incontrare la mamma, almeno per un mese. Si preparano i documenti, tanti e costosi.  Si devono consegnare all’ambasciata, ma fra due mesi, tanto lunga è la coda quotidiana dei richiedenti. Troppo tardi; giro di telefonate per far anticipare, con successo, il giorno dell’appuntamento.

Giugno 2008:  tutti  all’ ambasciata d’Italia  a Tirana, per la consegna della pratica. Ilirjan chiede di essere accompagnato: “Se ci siete voi è più facile”, ingenuità dei semplici.  Coda di qualche ora; inflessibile il carabiniere all’ingresso: entra solo il padre; cugino, suore e bambina stanno fuori. “Ripassare fra una settimana”, si tratta solo di attendere, così pare.
Primi di luglio: intoppi burocratici; manca un documento. Si provvede velocemente. Ricomincia l’attesa.

Metà luglio: raccomandata dall’ambasciata che annuncia il rifiuto del visto. Sequenza di articoli e comma. Ilirjan e Lilli si rassegnano, noi di meno, perché davvero non si capisce come chiunque possa fare un viaggio  in Italia per vedere il Colosseo e uno che ha la moglie malata non possa farlo.
Ci si arrabbia, ma non serve; scopriamo che più della documentazione conta la discrezionalità dei funzionari. 
Attiviamo qualche conoscenza politica, albanese e italiana, senza grandi risultati. Il fronte italiano in Albania sembra impenetrabile. La mezza famiglia rimasta di qua non parla più: bisogna far passare il tempo e poi rifare la pratica. Viene l’autunno e comincia l’inverno, un seme sotto la neve dovrà, prima o poi fiorire.

Qui dovrebbero continuare sr Massimina e sr Rosaria; per loro andiamo avanti noi, anche perché i contatti  tra le due comunità sono frequenti e ogni informazione è ampiamente condivisa.
In fraternità opera come volontaria Esmeralda, medico, moglie di Maurizio,  il quale offre ampia disponibilità a inoltrarsi con competenza fra i meandri della burocrazia. La pratica di Ilirjan giace disattesa, ma viene riattivata. Al primo controllo, Tirana risponde addirittura che mai è stato chiesto un  visto da parte di Ilirjan, notizia smentita in poche ore, grazie ai pacchi di fotocopie dei documenti originali prudentemente custodite sia a Shengjin che a Pontemammolo.

Primi di dicembre: la domanda è riammessa alla considerazione dei funzionari.
Metà dicembre: arriva l’agognato visto, Ilirjan e Lilli possono venire in Italia, dal 24 dicembre al 24 gennaio. Ilirjan lo ritira, ma deve  garantire che entro le ore 14 del 24 gennaio sarà in ambasciata a “consegnarsi”.  Immaginate la festa;  a Shengjin prima c’è un incontro per organizzare il viaggio, poi un ultimo saluto, solo commovente. La generosa famiglia italiana ha provveduto anche al biglietto, solo andata, “intanto vediamo come va”.
Questa nostra sacra famiglia, musulmana come molte di qui, parte per l’Italia la vigilia di Natale.
A Fiumicino  l’incontro, il presepio si ricompone. Lilli rivede la mamma dopo due anni, “sta bene”, dirà subito al telefono, e a parlare saranno l’affetto e la gioia. Per le preoccupazioni ora non c’è spazio.
Ospiti un po’ del cugino e un po’ della fraternità, la ritrovata famiglia – più da fuga in Egitto che  da grotta di Betlemme – trascorre il mese già protesa a immaginare i passi futuri. E’ certo che Violeta non può rientrare in Albania; l’unica ipotesi è tentare, immaginate con quale pena, di ottenere,  per il futuro,    un permesso di soggiorno per il marito e la figlia.
Si pensa ad acquistare il biglietto di ritorno. L’aereo  possibile è solo quello del 22; il 24 sarebbe tardi, perché l’ambasciata chiude alle 14.
Non si capisce come, né perché, tantomeno con quali  credenziali, sr Massima e sr Rosaria arrivino, nelle ultime ore utili,  a presentare il caso  a uno sconosciuto e bravissimo impiegato di una sede sindacale di Roma, attiva per i problemi degli emigranti. Valutata   la questione , dà buone speranze di riuscita, aprendo lo spiraglio  della “condizione umanitaria”,  per approfondire la quale, però ci vuole del tempo. Meglio che i nostri rientrino in Albania, poi la pratica verrà riaperta. 
Sulla strada per l’agenzia viaggi si passa dalla questura. Tanto vale entrare, più per assicurarsi che non ci siano problemi nuovi nel futuro che per tentare l’impossibile. Esmeralda e sr Massimina, questa volta, ripassano il caso con due agenti donne. I referti medici fugano gli ultimi dubbi:   la nostra situazione  rientra proprio nelle “situazioni umanitarie”, per le quali può attivarsi un semplice controllo della questura, a garanzia di un regolare rilascio del permesso.

E’ il 20 gennaio; alle dieci le suore stavano pensando a come acquistare il biglietto, alle  tre Ilirjan e Lilli hanno in mano la delibera di un regolare permesso di soggiorno. Si avvisa l’ambasciata a Tirana; Erode non fa più paura, anche i nostri  hanno cambiato strada.

Le sorelle di Pontemammolo e Shengjin



 
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